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Piangi che ti passa!

Piangi che ti passa

 

Nei primi mesi di vita di un bambino, quando il linguaggio non è ancora diventato lo strumento principale di comunicazione, i gesti, le espressioni facciali e i vocalizzi sono le prime forme di interazione sociale. Il pianto, in particolare, rappresenta per il bambino un richiamo all’attenzione, la necessità della presenza di un adulto.

 

Diversi studi dimostrano che donne e uomini reagiscono diversamente al pianto di un bambino: le donne mostrano simpatia e un aumento delle cure parentali, gli uomini invece manifestano irritazione e rabbia. Atteggiamenti opposti che si riflettono in un diverso comportamento cerebrale tra i due sessi: nel cervello femminile il pianto del bambino diminuisce l’attività di alcune aree cerebrali attive quando la mente è libera di vagare, cosa che invece non avviene nel cervello maschile. Questo significa che se un uomo e una donna sono immersi nel proprio mondo interiore e improvvisamente ascoltano il pianto di un bambino, la donna abbandona con più facilità i suoi pensieri rispetto all’uomo.

 

Per analizzare nel dettaglio cosa accade nel cervello umano quando si ascolta un bambino piangere, David Haley, professore di Psicologia all’Università di Toronto (Canada), ha guidato un esperimento per tracciare l’attività cerebrale dei partecipanti impegnati in compiti di conflitto cognitivo. Ai volontari è stato chiesto di identificare rapidamente il colore di una parola stampata senza conoscere il significato della parola stessa e subito dopo aver ascoltato un audioclip di 2 secondi che riproduceva il pianto o la risata di un bambino.

 

I risultati dell’elettroencefalogramma hanno evidenziato che il pianto dei bambini riduce l’attenzione al compito e avvia il processamento del conflitto cognitivo in misura molto maggiore rispetto alla risata.

 

Il processamento del conflitto cognitivo è un meccanismo che si attiva nel nostro cervello per regolare l’attenzione, una delle principali funzioni esecutive coinvolte nello svolgimento di un compito e nelle situazioni di decision making. Attivare questo processo vuol dire analizzare tutte le richieste che arrivano al cervello nello stesso momento, confrontarle e stabilire le priorità.

 

I dati emersi dall’esperimento confermano che, ascoltando il pianto di un bambino, il cervello umano analizza il conflitto che si determina tra i compiti che si stanno già svolgendo e le nuove richieste che provengono dal piccolo: la flessibilità cognitiva del cervello permette ai genitori di focalizzare la loro attenzione in maniera più selettiva e stabilire per esempio se il pianto è un segnale di allarme – e quindi rappresenta una priorità – o un semplice richiamo che può passare in secondo piano per qualche minuto.

 

I ricercatori parlano di funzione cognitiva adattativa che permette al cervello di non impazzire per ogni singolo segnale che gli arriva dal mondo esterno.

 

I bambini piangono per richieste importanti, questo è innegabile, ma via via che il tempo passa, il pianto diventa anche un efficace strumento nelle mani dei più piccoli per attirare l’attenzione degli adulti ed essere compatiti, una reazione nei litigi con fratelli e sorelle, l’esaltazione disperata di un capriccio: i genitori crescono insieme ai propri figli sviluppando una capacità notevole nel saper distinguere un pianto “reale” da uno “strumentale”. Le reazioni della mamma e del papà di fronte al pianto del proprio figlio non sono quindi il frutto di comportamenti istintivi, ma di risposte cerebrali molto complesse basate su mesi di gavetta e interminabili notti insonni.

 

 

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